Sono in ogni tempio e in ogni santuario: piccoli sacchetti di broccato colorato, con un cordoncino e qualche carattere ricamato. Gli omamori sono il souvenir più comprato dai visitatori — e quasi sempre usati nel modo sbagliato.

Non si aprono. Mai.

Dentro il sacchetto c’è una tavoletta di legno o di carta con una preghiera, consacrata al santuario. Aprirlo per vedere cosa contiene annulla la protezione: è la regola che tutti i giapponesi conoscono e che nessuno spiega ai turisti. Se lo hai comprato e sei tentato, resisti.

Ognuno ha una funzione precisa

Non sono generici portafortuna. Il katsumamori è per la vittoria, il gakugyo joju per il successo negli studi — venduto a tonnellate prima degli esami. Il kotsu anzen protegge negli spostamenti e si appende in auto o allo zaino. Il enmusubi favorisce i legami affettivi, l’anzan il parto sereno, il shobai hanjo gli affari. Regalarne uno significa aver pensato a cosa serve davvero a quella persona.

Durano un anno

L’omamori assorbe la sfortuna al posto tuo, e per questo si esaurisce. Alla fine dell’anno si riporta al santuario — possibilmente lo stesso dove è stato preso — e si lascia negli appositi contenitori: verrà bruciato in una cerimonia di purificazione, spesso durante le feste di Capodanno. Non si butta nella spazzatura.

Se si rompe

Un cordoncino che si spezza o un sacchetto che si consuma non è un cattivo presagio: secondo la tradizione significa che l’omamori ha fatto il suo lavoro, assorbendo qualcosa al posto tuo. Anche in quel caso, si riporta.

Comprarlo con criterio

Costano in genere fra 500 e 1.000 yen e si pagano in contanti. Vale la pena sceglierlo in un santuario che ti ha colpito davvero, invece che nel primo negozio di souvenir: il legame con il luogo è tutto il senso dell’oggetto.

I gesti quotidiani della religiosità giapponese sono più interessanti dei monumenti. Nelle nostre esperienze dedicate a templi e spiritualità si entra in questo mondo con chi lo pratica.