Il primo giorno in Giappone finisce quasi sempre così: una bottiglietta vuota in mano, un quartiere intero percorso a piedi e nemmeno un cestino. Eppure per terra non c’è una cartaccia.

La ragione è del 1995

Il 20 marzo di quell’anno la setta Aum Shinrikyo rilasciò gas sarin nella metropolitana di Tokyo. Nei mesi successivi, per ragioni di sicurezza, i cestini vennero rimossi da stazioni e strade: erano considerati un nascondiglio ideale per un ordigno. Non sono più tornati. Le Olimpiadi e le nuove misure antiterrorismo hanno consolidato la scelta.

Il pezzo culturale

C’è però una premessa che rende la cosa sostenibile: in Giappone i rifiuti sono responsabilità di chi li produce. Nelle scuole non esistono bidelli, sono gli studenti a pulire le aule ogni giorno — abitudine che si porta dietro per tutta la vita. Portarsi la propria immondizia fino a casa non è un sacrificio, è normale.

Dove buttare davvero

I punti che funzionano sono quattro. I konbini, che hanno contenitori all’ingresso o vicino alla cassa. I distributori automatici, quasi sempre affiancati da un cestino per lattine e bottiglie. Le stazioni ferroviarie, dopo i tornelli. E i grandi magazzini, ai piani del cibo. In tutti gli altri casi: in borsa.

La differenziata, che è un’altra storia

Quando un cestino c’è, raramente è uno solo. La separazione è minuziosa: bottiglie PET, tappi e etichette vanno divisi fra loro, lattine e vetro separati, “combustibili” e “non combustibili” in categorie a parte. In alcune città i sacchi sono trasparenti proprio perché il contenuto sia verificabile.

Il consiglio pratico

Tieni un piccolo sacchetto ripiegato in tasca o nello zaino. Lo fanno tutti i giapponesi, ed è la differenza fra girare tranquilli e cercare un cestino per venti minuti. Un dettaglio banale che ti cambia la giornata.

Sono le abitudini quotidiane a raccontare un Paese più dei monumenti. Nei nostri tour in giornata queste cose si imparano camminando.